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Effetto Emmott sull'inflazione
Colazione da NetManager
Nonostante i rialzi di Borsa e deboli segnali positivi dal largo consumo, i dati confermano che l'Italia è ancora nel bel mezzo della crisi. Quando l'economia mondiale volgerà al sereno, il nostro paese farà fatica a riprendersi senza vere riforme.
Tutti i Paesi dell'Occidente, da mesi, gettano miliardi di euro nelle fauci della crisi. E per restituire vitalità all'economia la Federal Reserve americana fa crollare i tassi d'interesse allo zero, mentre la Banca Centrale Europea abbassa i suoi all'1%. Che cosa ne pensate? La risposta è quasi sempre ovvia: che la ripresa dell'inflazione, tra qualche mese, sia un evento seriamente ipotizzabile. Del resto, si sa che, quando i governi stampano crescenti quantità di moneta e quando i tassi calano, i prezzi cominciano a risalire...
E invece no: "L'inflazione non spaventa più". Questo sentenzia Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, in un intervista che IlSole 24Ore ha pubblicato sabato 9 maggio nella sua rubrica "Lezioni per il futuro". La previsione vi rasserena?
Aspettate... Perché, proprio sotto Emmott, l'Economist cantò un cupo "de profundis" per l'economia italiana, associandone l'immagine prima a uno stivale retto da una stampella e poi all'inesorabile decadenza di Venezia. Tra il 2005 e il 2006 il settimanale britannico sentenziò - con fastidiosa sicumera - che il made in Italy era finito. Oggi verrebbe voglia di far notare a Emmott che l'export italiano, in quell'anno difficile che è stato il 2008, ha segnato un attivo (escludendo le materie energetiche) di 60 miliardi di euro. Mentre lo stato in cui oggi versano finanza ed economia della Gran Bretagna è a dir poco disastroso. Anche per questo, alla fine della lettura dell'intervista-lezione di Emmott, viene spontaneo convincersi che una fiammata inflazionistica sia sempre più probabile. (m.t.)
Quando "fare rete" Porta alla Bellezza
Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa sulla Porta della Bellezza dopo aver letto un post di un ex collega (Nicola Mattina), poi una lunga serie di contrattempi ha impedito la realizzazione delle solite quattro righe da scrivere in attesa di andare sul posto di persona in occasione delle prossime vacanze. Leggo oggi su 095bloglist che, a dispetto della flemma che alle volte li caratterizza, gli amici catanesi invece non hanno perso tempo e oggi la Porta della Bellezza è stata inaugurata. Ok, proverò ancora a partecipare al progetto 1000 blogger per Librino ma il tempo in questo periodo è tiranno, quindi per adesso - se volete conoscere qualcosa di più su questo progetto - è necessario che vi rimandi alla lettura di altri blog.
L'alternativa alla lettura, potrebbe essere la visione di Reality, la trasmissione di La7 in onda domenica sera con inizio alle ore 23.30. Flavia Fratello, storica giornalista di TMC (che volete fare, a me continua a piacere di più il vecchio nome della rete di MTP) approfittando di un servizio su Librino parlerà della “Porta della Bellezza” e degli scultori che l'hanno decorata: 2000 bambini di Librino autori di 9000 tessere di terracotta.
Fonti bene informate mi dicono che il servizio durerà circa 15 minuti e non si limiterà a mostrare la grande opera di Fiumara D’Arte, ma conterrà qualche insert di scene “dal quartiere”.
Perché La7 e non un'altra emittente nazionale? Spiacente, ma non sempre si può dire tutto ai lettori... ;-)
Chiuso per ferie
Nei suoi venti minuti di trasmissione serale, certe volte la TGR offre all'ascoltatore critico uno spettacolo imbarazzante. È accaduto anche questa sera.
L'ascoltatore critico, incline all'irritazione per molte e svariate ragioni, alle volte non comprende. È accaduto anche questa sera, ad esempio, quando soltanto l'assenza del rullio dei tamburi e delle majorettes in studio ha lievemente mitigato l'enfasi con la quale è stata annunciato il prestigioso risultato ottenuto dall'operazione di ricerca svolta in città da parte della Disney che ha portato alla selezione di 300 stagionali.
L'ascoltatore critico, incline all'irritazione per molte e svariate ragioni ma dotato di una memoria ancora apprezzabile, quando ascolta certi pessimi servizi si domanda, sempre a titolo d'esempio, perché quando vennero regalate alla signorina Tanzi tre ottime e sane aziende del settore turistico non venne data altrettanta enfasi alla notizia dello scippo, l'ennesimo, perpetrato ai danni di una città che, disgraziatamente, deve mantenere una e soltanto una impresa fallimentare (quella attualmente guidata dal finto modesto e che campa di sussidi, avete capito).
Francorosso, Going e Comitours, tre aziende dal DNA torinese che hanno staccato un biglietto di sola andata, offrivano in più occasioni durante l'anno molto più di trecento posti di lavoro temporanei: ne offrivano un numero pari a quello degli occupati stabilmente oggi a Mirafiori. Mica nespole.
L'ascoltatore critico, incline all'irritazione per molte e svariate ragioni ma dotato di una memoria ancora apprezzabile, allora si pone una domanda, che riguarda anche gli onesti professionisti della TGR: ma vuoi vedere che, forse, qualcuno di quelli che dovevano valutare il valore dell'impatto occupazionale sul territorio di certe aziende aveva il chiaro ordine di non dare un dispiacere al lattoniere?
Fuori dall'ombra
Parlando di Luciano Gallino, qualcuno - della quale non ho la minima stima professionale - qualche tempo fa ebbe a dire che oramai non aveva più nulla da dire.
Sono contento di ascoltare questo "nulla" quando lo stesso assume i contorni dell'articolo pubblicato oggi su laRepubblica, e vorrei che il professor Luciano Gallino continuasse ancora per anni a farlo.
Con buona pace delle saputelle... ;)
Ombre sull'indotto
di Luciano Gallino
In passato le strategie della Fiat per diventare grande mediante fusioni o acquisizioni di costruttori stranieri sono regolarmente fallite. Questa volta, invece, il Lingotto, pare sulla buona strada. L'accordo con Chrysler presenta sicuramente molti aspetti positivi. Apre la porta al mercato statunitense, esporta tecnologie di prodotto e di fabbricazione.
Fa salire verso i quattro milioni le unità costruite all'anno dai due marchi consociati. L'acquisizione di Opel dalla General Motors sarebbe un altro passo, forse decisivo, per occupare un posto stabile nella mezza dozzina di produttori che sopravviveranno alla inevitabile ristrutturazione dell'industria mondiale dell'auto. Un processo la cui asprezza deriva dal fatto che da tempo essa, in media, riesce a vendere sì e no 70 vetture ogni 100 che i suoi stabilimenti sarebbero in grado di produrre. Dal successo della Fiat nell'entrare a far parte del ristretto club dei marchi superstiti potrebbero derivare importanti benefici per tutta l'economia italiana.
Bisognerebbe però anche accordarsi su che cosa si intende per successo. Per farlo occorrerà dar risposta prima o poi a un triplice interrogativo, che in realtà ne riassume decine di altri: che cosa succederà, rispettivamente, agli occupati del gruppo Fiat in Italia; alle loro condizioni di lavoro; infine alla industria italiana della componentistica, con le sue imprese, e i suoi occupati - che sono circa il triplo di quelli Fiat. Cominciamo dagli occupati del gruppo. Se Fiat Auto diventa parte di una società mista da sei milioni di unità, i siti produttivi italiani, da Termini a Mira-fiori, si troveranno a concorrere con dozzine di altri impianti della stessa società nella Ue e in Usa. Per far sì che gli impianti italiani producano una congrua fetta di quei milioni - cioè parecchie unità in più delle 6-700.000 che produrranno quest'anno - quasi tutti dovranno essere ammodernati, il che richiederà investimenti rilevanti e veloci. In caso contrario la produzione e l'occupazione migreranno altrove.
È vero che i dati di aprile sulle immatricolazioni di auto nuove vedono la Fiat uscirne un po' meglio, ossia meno negativamente, dei marchi stranieri, con una perdita di solo il 3% rispetto allo stesso mese del 2008, pari a 67.000 auto vendute, contro il meno 7,5% e 122.000 unità dei secondi. Ma questo effetto positivo è dovuto soprattutto agli ecoincentivi, che per ora vedono la Fiat offrire modelli più idonei; incentivi che non saranno eterni, e in ogni caso vedranno presto i modelli stranieri alla riscossa. Per mantenere stabile l'occupazione in Italia ai livelli attuali, senza ricorrenti mesi di cig, a fronte degli scenari che si aprono con la vicenda Opel, la Fiat dovrebbe tornare a produrre tra uno e due milioni di vetture all'anno.
Né va dimenticato che non ci sono soltanto gli addetti alla produzione di auto. L'eventuale scorporo di Fiat Auto dal Gruppo omonimo lascerebbe orfane sia l'Iveco (autocarri) che la Nch (trattori e macchine per il movimento terra, che in Italia hanno qualche migliaio di dipendenti, al momento in cassa integrazione per mesi. È dubbio che la controllante Exor si prenderebbe molta cura di questi gioielli per così dire minori, dopo aver ceduto il tesoro principale.
Quanto alle condizioni di lavoro, una volta ancora riconosciuta la validità dell'operazione Chrysler, bisogna pur notare che i lavoratori statunitensi dovranno fare notevoli sacrifici a seguito dell'accordo con Fiat: meno giornate festive, meno paga per gli straordinari, contributi azzerati per l'assistenza sanitaria ai pensionati, in un paese dove bisogna essere o molto poveri o molto anziani per aver diritto a un minimo di sanità pubblica, e inoltre niente scioperi per diversi anni. Non ci stupiremmo più di tanto se un domani la stessa Fiat, presa nelle strette della conversione, o altri componenti dell'industria nazionale, finissero per dichiarare che visti i sacrifici compiuti dagli americani per salvare lavoro impresa, anche i lavoratori italiani dovrebbero fare altrettanto, e magari di più.
Infine c'è la grande assente nei commenti finora diffusi in merito alla vicenda Fiat-Opel: la componentistica. Oggi circa i due terzi di un'auto (in valore), telai, motori e trasmissioni compresi, sono fabbricati al di fuori degli stabilimenti dove si mette poi il marchio sul cofano, con la tendenza a salire verso il 75%. Quindi, per ogni addetto alla lavorazione finale, altri due-tre sono occupati in fondamentali lavorazioni a monte. E qui le cose sul fronte Fiat-Opel sembrano davvero complicarsi. Due dei maggiori produttori mondiali d componenti sono tedeschi (Bosch e Continental, decine di miliardi di fatturato a testa), un terzo è austro-canadese (Magna, 75.000 dipendenti nel mondo, che dopo avere enormemente ampliato i suoi impianti a Graz non vedrebbe male un proprio ingresso in Opel). Ciò significa che il vero problema della Fiat non saranno soltanto le trattative con GM, ma la gigantesca riorganizzazione di tutta la filiera produttiva in Europa e nel mondo, alle prese con i suddetti giganti.
Tra le misure del successo di Fiat, che tutti ci auguriamo, bisogna dunque collocare anche le dimensioni e la qualità tecnico-organizzativa che il sistema italiano della componentistica riuscirà a conservare, con le sue decine di migliaia di addetti.
in attesa di pubblicazione
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