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Senza vergogna
Avrebbe compiuto 75 anni oggi, Benedetto Craxi detto Bettino.
Che l'Italia non lo ricordi è comprensibile, più per una ragione di scarsa capacità di memoria propria dei suoi abitanti che per una qualsiasi questione storica.
A me, negli anni della mia militanza politica, Bettino Craxi non ispirava alcuna simpatia: in fin dei conti in una democrazia è ancora possibile avere opinioni divergenti. Simpatia quindi no, ma profondo rispetto, sì. Ha saputo dare al suo partito un'identità forte, portandolo al Governo quando era sempre stato sino allora, negli anni della Repubblica, la semplice espressione di una sparuta rappresentanza.
Lasciate perdere cosa è successo 'dopo': le verità di quegli anni non sono le registrazioni dei processi spacciati per diretta nè i resoconti parziali dei giornali dove sbattere il mostro in prima pagina è ancora la regola fondamentale per l'aumento delle vendite. C'è chi ha pagato e chi l'ha fatta franca. Lasciate perdere, perch qui non si vuole negare che quel sistema fosse sbagliato o pericoloso.
Qui si vorrebbe soltanto ricordare il compleanno di un uomo dimenticato da tanti italiani, inclusi coloro i quali a Bettino Craxi devono molto. Anche se si vergognano di dirlo, sino al punto di non dedicargli nemmeno un trafiletto sulla prima pagina del giornale di partito. Lo stesso partito.
2+2
Non passa giorno che, da un estremo all'altro della Regione, non si registri la scomparsa di una manifattura. L'elenco è tanto lungo che a citare la scomparsa di un'azienda si rischia di dimenticarne una seconda, quindi non me ne vogliano gli esclusi.
La moria è iniziata oltre un decennio fa, quando iniziammo a prendere nota della scomparsa del comparto tessile. Si diceva, lo ricordo bene, che era il prezzo del progresso, era facile addossare le colpe al just in time, alla manodopera a basso costo disonibile nei paesi indiani, alla trasformazione dell'occupazione. Nonostante la giovanissima età non perdevo occasione di rispondere che secondo me si trattava di una balla colossale e che l'eliminazione di più settori produttivi da un territorio poteva rivelarsi una scelta pericolosa più che azzardata. Mi trasferii a Milano, più per necessità che per autentica convinzione.
Sarebbero state le nuove tecnologie a trasformare il Piemonte, patria dell'innovazione dai tempi di Olivetti e, all'alba degli anni Novanta, sede delle più straordinarie avventure che si sarebbero viste nell'ambito della telefonia del nuovo millennio. Effettivamente, i capitali per avviare Omnitel e la sperimentazione del sistema DECT sono stati generosamente concessi da aziende d'origine squisitamente piemontese. La fuga delle società verso Milano era una semplice questione 'infrastrutturale', mancando alla piccola Torino autostrade degne di tale nome, un aeroporto adeguatamente dimensionato alla sua importanza e i collegamenti ferroviari propri di un paese moderno. Io a Milano in quegli anni ci vivevo e tolta la metropolitana ricordo che Linate non era poi questo granche', la tangenziale era un incubo quotidiano e i collegamenti ferroviari erano la medesima ciofeca. Ritornai molto volentieri a Torino, anche se con un po' di preoccupazione.
La preoccupazione propria del cittadino, non quella dell'amministratore locale o del politico di turno. La preoccupazione di chi sapeva che, al contrario di quanto fatto da lui, Superga, Telecom, Invicta e altre decine d'imprese erano partite da Torino con un biglietto di sola andata. Ma il futuro doveva essere roseo per la Torino olimpica, quella che avrebbe fatto da volano a un turismo ricchissimo che avrebbe riempito i tanti nuovi 5 stelle anche a Olimpiade conclusa. Qualcosa non funzionò a dovere. Rimasero solo una serie di inutili siti olimpici dai costi di gestione insostenibili e una linea di metropolitana monca. La stanno ancora completando anche se i soldi scarseggiano. Forse, a conti fatti, sarebbe stato meglio fare due linee di metropolitana in più e qualche installazione in meno. Stavo riprendendo in considerazione l'ipotesi di tornare a Milano quando l'azienda per la quale lavoro pensò di esiliarmi in una simpatica cittadina centro-italica.
Qualche turista in più, intanto, iniziava a vedersi, tuttavia, sorprendentemente, i torinesi scoprirono che non sarebbe stato il turismo il volano dello sviluppo post industriale della città, ma il futuro si sarebbe chiamato edilizia: uno, cinque, sette grattacieli a testimonianza della grandezza di questa meravigliosa città che della sua pulita skyline delimitata dalla corona alpina aveva fatto un elegante segno distintivo. Ho condiviso l'istinto omicida di molti torinesi. Torinesi impiegati alla Bertone, alla Pinifarina, alla SAI, alla Venchi, alla Thyssen, alla Microtecnica, alla Johnson Electric, alla Philips di Alpignano, al GFT, alla Francorosso, alla Comitours, alla Going, alla Domus, alla Gazzetta del Popolo, alla Tabasso, alla Cornaglia, alla Fapa, alla TRW, alla Embraco, alla Michelin, alla Sicme, alla Oliit, all'Unicredit, alla CDV, alla Indesit di None, all'Olimpia di Piobesi e ancora alla Locatelli, all'Albadoro, alla Axon, alla Magnadyne di Sant'Antonino di Susa, alla Way-Assauto di Asti, alla Bemberg, alla Dayco, alla Pirelli di Settimo, alla Satiz, all'Atlanet, alla Vitaminic, alla Display, alla Motorola.
Basterebbero meno di cento di questi nomi, e io non ho sufficiente memoria per ricordarli tutti, per ottenere il medesimo numero di lavoratori impiegati presso il gruppo Fiat in tutta Italia. Chissà se alle medesime conclusioni, nel momento in cui ha deciso di chiudere la sua azienda, è arrivato anche Antonio Antoniotti, titolare del Bottonificio Fossanese e presidente dell'Unione Industriale di Cuneo.
Capire qual è il male dell'Italia industriale è semplice, basta fare due più due.
Rosa pallido
Da domani la Gazzetta dello sport non avrà più il suo più assiduo lettore.
Prima del professionista, del concittadino, del collega, se n'è andato un galantuomo.
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