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marzo 29 2007

e il TomTom indicò Ghirada

Ghirada è vicino a Treviso, e Treviso mi riporta alla memoria tanti simpatici episodi: Riki Donadon, eTree, la pista Polistil in ufficio, l'entusiasmo di Zamperinik, l'amico fraterno Stefano Pancera e molto altro ancora. La data, quasi alla fine di settembre, è interessante: 22 e 23 settembre. La Ghirada è una struttura stupenda e Venezia è distante poco più di una mezz'ora. E' deciso: si parte il 21, intorno a ora di pranzo.

Per il rientro, c'è ancora tempo prima di decidere. ;-)

Postato da: matra a 22:02 | link | commenti
ghiradabarcamp

Giocare d'anticipo

diamo spazio alla comunicazioneNei lontani anni in cui giocavo in una squadretta di provincia, incontrai un ottimo allenatore che aveva tre semplici regole per l'impostazione della squadra: l'attacco, allora si usava un decoroso 4-4-2, deve giocare faccia alla porta, la mediana insista sulle triangolazioni e la difesa si concentri sull'anticipo. Facemmo un discreto campionato, vidi il campo una decina di volte e molto spesso partendo dalla panca, ma ci stava tutto, perché ero il più giovane (nemmeno maggiorenne, per gli statistici) ed allora andava di moda un concetto poi, forse a torto, abbandonato: la gavetta.
Giocavo in attacco, prevalentemente a destra con qualche rientro a centrocampo, c'era fiato a sufficienza a quel tempo.
Questo premesso, il concetto di giocare d'anticipo mi ha sempre affascinato, tanto che, lasciato alle spalle il calcio, ho scelto una professione che privilegia questa visione proponendosi di provare tecnologie che, successivamente, diventeranno d'impiego quotidiano.

Anche il Comune di Torino potrebbe provare a giocare d'anticipo. Leggo questo commento di Enrico e mi trovo d'accordo con lui su molti punti; di mio aggiungo che un'idea originale resta tale, come le copie rimangono copie. Torino non è Roma, per fortuna: la capitale è bellissima, come molte altre città del nostro Paese, ma avervi vissuto quasi un anno ha soltanto sortito l'effetto di farmi amare ancor di più la città dove sono nato. Anche il Comune di Torino potrebbe provare a giocare d'anticipo, torniamo in tema.

Negli ultimi vent'anni, Torino è stata, e non soltanto per l'evento olimpico, oggetto di una imponente trasformazione che l'ha portata spesso a sostituire la sua anima industriale d'amianto con un rivestimento in mattone paramano che ha il potere, in alcuni casi, quasi di far rimpiagere il materiale cancerogeno. Ma a parte il pessimo gusto architettonico - Norimberga potrebbe essere la sede ideale per discutere di come qualcuno ha permesso di cementificare una città - la riconversione da industriale e residenziale di alcune aree ha saputo anche creare nuovi spazi che, ad oggi, appaiono utili ma spogli; da qualche parte avevo letto di un concorso internazionale (o della proposta di un concorso, la memoria non è più tanto ferrea...) rivolto a giovani artisti per animare alcune delle numerose rotatorie che rappresentano la nuova realtà viaria dei nostri bei viali, e sin qui, nell'illusoria speranza che tutto ciò non costi nulla ai poveri tartassati torinesi, nulla da eccepire, anzi, però alle volte è possibile lavorare insieme per rendere qualcosa migliore, ed il Comune di Torino potrebbe avere un ruolo importante in questo giocare d'anticipo.

Prima che qualcuno inizi a manifestare il proprio disappunto attraverso le pagine della Fabbrica del Cioccolato che tanto ammiro, prima che inizino i moti censori e le marce di protesta, prima che il solito sociologo ci spieghi in televisione i meandri della condizione giovanile nella società contemporanea alla presenza in studio della torinese di turno rifatta dal bisturi del mago della chirurgia estetica, prima che la casa produttrice dei lucchetti del canavese venga acquistata dalla multinazionale cinese leader del mercato della catena e prima che torni la stagione della bagna caoda, ecco, prima che tutto ciò avvenga, sarebbe interessante che qualcuno, in Sala Rossa, proponesse una semplice iniziativa: diamo spazio a questo fenomeno emergente, diamo UNO spazio. La trasformazione urbanistica di Torino e il suo recente repertorio archeologico industriale permettono di fare questo ed altro.

Si individui uno spazio sicuro dove i fidanzati possano parcheggiare il proprio mezzo, auto o motorino che fosse, per evitare che il loro momento di gioia diventi di tragedia per qualcun altro a causa dell'imperitura doppia fila; sarebbe ancora meglio se tale spazio fosse raggiungibile anche da un mezzo pubblico e da una pista ciclabile, ne abbiamo centinaia di kilometri, perché otterremmo così anche il risultato di educare al trasporto alternativo i giovani e non soltanto loro (ci si innamora a qualunque età e ci si comporta nella stessa stupida maniera).
Individuata tale area (penso, ad esempio alla riconversione del tratto finale di Corso Umbria) vi si pongano le strutture che saranno destinate ad accogliere catene e lucchetti dei promessi: un palo di calcestruzzo precedentemente utilizzato per l'illuminazione pubblica completo e funzionante (è in atto la loro sostituzione), un pilastro di quelli che reggevano le catene di montaggio di qualche fabbrica chiusa, un sostegno della linea elettrica dei tram... ai giovani il compito di trovare il significato allegorico per decidere a quale sostegno affidare il proprio luccetto, alla Giunta il compito di individuare quest'area che potrebbe diventare anche oggetto di turismo, senza inquinare e senza deturpare. Gauteve.

Postato da: matra a 00:05 | link | commenti (1)

marzo 22 2007

Se questo è un uomo

l'etica nella parola "trattare"Quello che penso sulla vicenda della liberazione del giornalista rapito e sulle modalità dell'accordo è noto alle persone a me più vicine ed ho preferito evitare categoricamente qualsiasi commento, anche quando sono stato invitato a farlo su altri siti di bloggers che, invece, hanno voluto inserire qualcosa nella sempre spasmodica ricerca di una buona indicizzazione. Da questo squallido spam mediatico salvo soltanto Vittorio Zambardino per due ragioni. La prima, che Vittorio Zambardino non è un blogger alla ricerca di notorietà ma un serio giornalista e, oltretutto, collega del rapito; la seconda che lo stesso Zambardino ha sempre dimostrato di usare il suo blog per parlare dei fatti suoi mentre se intende "dire" qualcosa possiede ben altre piazze, situazione che lo ha reso avvezzo a usarle con la dovuta parsimonia che possiedono soltanto i veri professionisti. Detto questo, ho letto con interesse - e vi riporto integralmente - l'articolo di Lietta Tornabuoni pubblicato oggi su La Stampa. A pagina 38. Vergogna.

Vi invito a leggerlo davvero con attenzione, soprattutto per quanto non dice, occorre davvero un lavoro di analisi per comprendere il sentimento che anima la signora Tornabuoni. Non soltanto il suo, non soltanto lei.
Ringrazio Delio per avermi segnalato l'articolo.

Chi diceva con quelli non si tratta?
(La Stampa - 22 marzo 2007)

Aldo Moro sequestrato dalle Br venne lasciato uccidere dai suoi rapitori nel 1978 in nome d’un principio che era stato inventato, ma che pareva intoccabile anche all’opposizione comunista: con i terroristi non si tratta. Soltanto socialisti, radicali, rari democristiani, sinistra extraparlamentare non erano d’accordo con gli «imperativi statolatrici»: fecero di tutto per liberare Moro, cercarono intermediari, ipotizzarono promesse, elaborarono una lista di nomi per uno scambio di prigionieri. Niente. Soprattutto il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, Francesco Cossiga ministro dell’Interno, Enrico Berlinguer leader del partito comunista, furono implacabili. Dopo quasi due mesi di tormenti di Moro, di altrui coscienze turbate, di deputati democristiani messi di guardia in casa del leader democristiano per timore di iniziative dei famigliari, di intercettazioni dei telefoni domestici, Moro venne ucciso. Lo fecero ritrovare a Roma, quasi piegato in due nel bagagliaio di un’auto parcheggiata tra le sedi nazionali comunista e democristiana.

Con i terroristi non si tratta? Adesso, diciannove anni dopo, con i rapitori afghani si è trattato per due settimane, si è arrivati (ma già da qualche tempo andava così) a uno scambio di prigionieri (uno a cinque) e il sequestrato giornalista [omissis] è stato liberato, è tornato a casa.

Per fortuna. Meno male. La sua vita (come la vita di altri) vale più di qualunque principio inventato per opportunità politiche. Se la conclusione del sequestro è stata così positiva vorrà dire che quel principio letale s’è scolorito fino a scomparire: è una cosa bellissima che la vita abbia avuto il sopravvento sulla morte. Naturalmente c’erano pure considerazioni politiche: sarebbe stato un disastro se un giornalista italiano fosse stato ucciso proprio quando il governo sottoponeva al voto il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Magari ragioni politiche c’erano pure tanto tempo fa: Moro era previsto come presidente della Repubblica successore di Giovanni Leone, forse qualcuno non ne era contento. Ma evidentemente in diciannove anni qualcosa (e non soltanto il governo, retto ora dal centrosinistra) è cambiato, è intervenuta la consapevolezza che un assoluto rigore serve meno d’una trattativa intelligente, è sopravvenuto un modo più duttile e umano di esercitare la diplomazia. Non in tutti, però. Non, per dire, nell’ex ministro dell’Interno Pisanu e in quelli che come lui adesso ripetono: «È l’ultima volta, l’episodio non si ripeterà»: come i bambini quando promettono: «Non lo faccio più».

Postato da: matra a 01:53 | link | commenti

 

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Blog Dinner - Catania - 27 giugno 2008

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