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Sgarbi a Torino
No, per una volta non si tratta del solito commento caustico, ma proprio di Vittorio Sgarbi, il professore. Ve ne parlo domani
Tragico equivoco
Si allenta la pressione mediatica e finalmente inizia a farsi luce nella vicenda che ha scosso la città durante questa settimana.
Nessun festino libertino, ma solo la caritatevole accoglienza di un amico che ha permesso ad un giovane di cercare nell'intimità di un appartamento di raggiungere il suo obiettivo: il suicidio.
Nessuno aveva avuto ancora questa informazione ma sembra proprio che uno dei predestinati protagonisti del futuro dell'economia tricolore abbia tentato il suicidio a seguito della lettura di un Sms giunto al suo apparecchio. "Lo lascio e mi porto via i bambini" avrebbe letto il malcapitato prima di cadere nel baratro della disperazione che lo ha portato a compiere l'insano gesto temendo l'arrivo della donna.
Il padre del giovane, uscendo dalla sala di rianimazione e prima di annunciare alla stampa l'intenzione di querelare l'ordine professionale al quale appartiene, avrebbe commentato: "passi per il pvezzo della benzina, uguale pev tutti, ma non è giusto che il mio vagazzo possa deteneve la medesima quantità di un suo dipendente, occovvevebbe che tale misuva venisse effettuata in vappovto alla dichiavazione dei vedditi".
Dal canto suo, interrogata a proposito, la mittente di quel messaggio avrebbe dichiarato la propria estraneità ai fatti, sostenendo che il suo QI testimonia la padronanza di dispositivi dotati anche di un secondo tasto.
Rabbuiato, invece, un noto personaggio vicino all'ambiente della vittima, che aveva visto nel gesto del protagonista una straordinaria operazione di marketing e già immaginava migliaia di ordini provenienti da parte di liberi professionisti in chiara "crisi" emulativa e pronti ad abbandonare i veicoli della concorrenza pur di salire su una vettura appartenente al prestigioso marchio.
- - -
Querelatemi se siete capaci, non c'è un nome, non c'è un riferimento, c'è solo una personale amarezza nel constatare quanto inconsistente sia diventato questo Paese. A margine: devolverò un euro in più, oltre a quello che intendo inviare alle vittime del terremoto che ha colpito il Pakistan, per ogni post ricevuto.
L'esquimese con le infradito
Si ama o si ignora, detestare mai, sta di fatto che Gabriele Ferraris tenta sempre (almeno) di dire la sua, espressione corrente - e questa sì, detestabile - per identificare uno che ha opinioni (proprie o derivate diventa difficile dirlo, per tutti, sottoscritto incluso).
Onestamente lo leggo poco, come quasi tutti i prodotti "made in via Marenco 32", nessuna presa di posizione, sono soltanto un nostalgico del giornale vero, quello che si componeva in Corso Valdocco, nato per volontà di Govean, Borella e Bottero, il giornale del quale siamo diventati tutti orfani all'inizio degli anni Ottanta. Ma l'articolo con cui si apriva l'ultimo numero di Torino Sette, il supplemento del venerdì de La Stampa, merita di essere letto con attenzione e riletto tra qualche mese, a Olimpiadi concluse, quando occorrerà iniziare a domandarsi davvero quale futuro attende la città, soprattutto adesso che - si legge anche nell'articolo - "l’idea del futuro turistico e culturale di Torino sta perdendo smalto agli occhi di alcuni nostri amministratori", interessati ad altri, misteriosi piani di sviluppo. Buona lettura
La casetta in Canadà
(Torino Sette, supplemento de La Stampa - 30 settembre 2005)
Adesso è chiaro a tutti, lippis et tonsoribus: ciò che pareva un’inesplicabile alzata d’ingegno era invece il primo passo di un lungimirante progetto. Lo chalet svizzero in piazzale Valdo Fusi non è un delirio architettonico casuale e incomprensibile, bensì un segnale, un «invito», messo lì allo scopo di dare impulso a un’immaginifica visione.
L’arrivo della capanna canadese ci ha aperto gli occhi. Il bell’oggettino in tronchi d’albero, che a qualcuno riporterà alla memoria giovanili compulsazioni degli albi di Blek Macigno, il trapper del Grande Nord, ospiterà le iniziative del Canadà durante le Olimpiadi invernali: poi, dovrebbero smontarlo. Smontarlo? E perché mai? Delle due, una: o liberiamo davvero la piazza, abbattendo anche l’orrido chalet (ben più intrusivo della casetta canadese); oppure teniamo il lotto così com’è, e anzi lo incentiviamo. Guardando alla scadenza del 2011, centocinquantenario dell’Unità d’Italia, e al modello dell’Esposizione Universale che ci lasciò in eredità il Borgo Medioevale, potremmo affiancare allo chalet svizzero e alla casetta canadese altre testimonianze architettoniche dal mondo: un tempio thailandese, magari; o una piramide egizia. Senza trascurare edifici più umili ma non meno significativi, tipo un pollaio lettone o un garage turco. Alla fine, ci troveremmo servito su un piatto d’argento un suggestivo «villaggio del mondo», che con un briciolo di imprenditorialità in più potremmo trasformare in attrattiva turistica. Ipotesi da non scartare, soprattutto se - come si comincia a dire in giro - l’idea del futuro turistico e culturale di Torino sta perdendo smalto agli occhi di alcuni nostri amministratori, magari interessati ad altri piani di sviluppo.
Vi pare una proposta demenziale? Beh, tutto è relativo. E considerate certe ideuzze che di ‘sti tempi vengono seriamente prese in esame da chi può...
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